Falda Solofrana‑Montorese: piano di monitoraggio “robusto”, ma limiti dichiarati
Scrivo ciò che ho visto e ascoltato nella seduta del 17 dicembre 2025, svolta a Collina Liguorini (Avellino) tra 11:30 e 14:30. Il CeSMA ha presentato un piano di monitoraggio e indagini ambientali molto articolato: robusto nell’impianto, ma inevitabilmente condizionato dai dati disponibili (pozzi, profondità, informazioni tecniche). Il punto, ora, è trasformare la tecnica in prescrizioni operative, tempi certi e trasparenza.
Educatore ambientale · Guida naturalistica
Fondatore di CJI – Citizen Journalism Investigative
Fondatore e Coordinatore Nazionale del CNSBII · Profilo Facebook
Il mio lavoro è giornalismo civico partecipativo e investigativo: unisce l’inchiesta, l’uso degli strumenti della pubblica amministrazione (atti, accessi, dati, procedimenti) e la traduzione in linguaggio chiaro per la cittadinanza.
Cosa è stato presentato
Il piano CeSMA punta a mettere ordine in anni di dati non sempre omogenei, costruendo una rete che sia confrontabile nel tempo e utile a prendere decisioni (messa in sicurezza e bonifica). Non è un semplice “report”: è una proposta operativa di campionamento, misura e interpretazione che deve reggere per anni.
Va riconosciuto che il lavoro illustrato è stato ampio e meticoloso: ha provato a trasformare informazioni frammentarie in un sistema leggibile, con priorità, regole e un’impostazione coerente.
Il cuore è la rete di monitoraggio: uso dei pozzi esistenti (quando campionabili e misurabili) e rafforzamento con nuovi punti organizzati per “linee/batterie” (1–5). Nella presentazione è emerso l’obiettivo di rendere più “fitto” il quadro per seguire l’evoluzione del plume e ridurre le aree d’incertezza, soprattutto a valle.
Frequenze: controlli più ravvicinati nelle zone più sensibili e più distanziati nelle zone esterne, con criteri di intensificazione se i valori mostrano segnali di crescita lungo la direttrice di flusso.
Il punto chiave: i limiti dei dati (ammessi)
La parte più importante, per come l’ho percepita, è stata l’ammissione esplicita dei limiti: un modello è affidabile fin dove arrivano pozzi, profondità e informazioni tecniche. Se mancano punti in aree strategiche, se le captazioni non sono documentate bene (filtri, profondità effettiva, condizioni d’esercizio), alcune ricostruzioni restano parziali.
Durante la discussione è stato usato un esempio semplice per chiarire il concetto: se si dispone di un pozzo da 70 metri si può misurare bene quella profondità, ma non si può descrivere con la stessa affidabilità cosa accade a 150 metri senza strumenti e punti di misura adeguati. E quando i pozzi mancano del tutto, anche la restituzione grafica (anche tridimensionale) resta inevitabilmente “vincolata” a ciò che esiste.
Da qui la richiesta tecnica – emersa durante la discussione – di integrare la rete con ulteriori pozzi verso valle, in particolare in direzione di Piazza di Pandola, per costruire una barriera conoscitiva (e, se necessario, anche di controllo) lungo il percorso dell’inquinante.
Piazza di Pandola: dove serve stringere la rete
Qui si gioca una parte decisiva della storia: verso Piazza di Pandola è emersa l’esigenza di ridurre le zone poco caratterizzate. In termini pratici significa: più punti campionabili, verifiche tecniche sui pozzi esistenti e, dove serve, misure in profondità.
Il punto è evitare che un vuoto conoscitivo diventi un vuoto decisionale. Se una porzione di falda è “meno monitorata”, il rischio è doppio: sottostimare l’estensione del plume e arrivare tardi con prescrizioni, controlli o misure correttive.
Non solo PCE
Il PCE resta il riferimento centrale (e il quadro normativo è quello del D.Lgs. 152/2006), ma nei lavori è emersa con forza l’esigenza di una lettura più ampia: composti correlati e prodotti di trasformazione, perché nel tempo l’inquinamento può cambiare “firma” e spostare il problema.
La mia preoccupazione è semplice: se si monitora solo una parte del quadro chimico, si rischia di raccontare una storia incompleta. Un piano robusto deve prevedere un pacchetto analitico coerente e aggiornabile in base agli esiti.
In sala: un cortocircuito istituzionale
In sala si è verificato un episodio che pesa: due delegati del Sindaco di Solofra, presenti in modo indipendente e con linee opposte (uno più favorevole, l’altro fortemente critico sul percorso fin qui seguito). In una CdS, la chiarezza della posizione degli enti incide anche su richieste istruttorie e prescrizioni.
Non è un dettaglio: quando su un tema così delicato emergono letture istituzionali divergenti, cresce il rischio di rallentamenti, ambiguità e rimpalli. E su una falda contaminata il tempo è una variabile che pesa.
Responsabilità e costi
Nel corso dei lavori è stato richiamato un punto che non può restare sullo sfondo: non si può normalizzare un danno di questa portata senza un percorso chiaro sulle responsabilità. Se il costo della soluzione ricade sulla collettività, il tema del responsabile (o dei responsabili) non può restare sospeso.
Ho richiamato anche un elemento che, nel tempo, è tornato più volte negli atti: in documentazione collegata alla Provincia di Avellino (con riferimenti che risalgono al 2014 e aggiornamenti successivi fino al 2024) si evidenziava come non fosse stato individuato un responsabile certo. Per me questo resta un nodo politico e amministrativo enorme: chi paga, chi ripara, e perché dopo anni siamo ancora qui.
Le mie osservazioni (CNSBII)
Come Coordinatore Nazionale del CNSBII ho depositato osservazioni istruttorie perché un piano, per quanto ben scritto, diventa efficace solo se ha regole non interpretabili e responsabilità chiare. Le richieste, in sintesi, sono queste:
- tempi certi e un cronoprogramma per l’avvio della prima campagna;
- criteri di intensificazione se i valori aumentano a valle;
- presidio delle aree meno caratterizzate (in particolare verso Piazza di Pandola);
- monitoraggi in profondità / multilivello dove servono a capire anche la distribuzione verticale;
- trasparenza: verbali e risultati consultabili in modo ordinato e tracciabile;
- comunicazioni tracciabili in caso di esiti critici, includendo per conoscenza anche i Comuni potenzialmente interessati (con attenzione anche a Mercato San Severino).
Il mio obiettivo è che la Conferenza trasformi un impianto tecnico serio in decisioni pratiche: misurare bene, pubblicare in modo chiaro, e agire quando i numeri lo impongono.