Fiume Sarno 2025:dissesto idrogeologico, inquinamentoe "Grande Progetto".
Tra un sistema di corsi d'acqua prevalentemente artificiale e pensile sulla campagna, alluvioni ricorrenti, inquinamento storico e promesse di riqualificazione, il Sarno resta uno dei corsi d'acqua più fragili d'Italia. Un'inchiesta a partire dai documenti ufficiali, alla vigilia delle nuove audizioni parlamentari.
Baronissi (SA), 15 dicembre 2025
Nel calendario delle convocazioni della Commissione parlamentare di inchiesta sul rischio idrogeologico e sismico del territorio italiano, sull'attuazione delle norme di prevenzione e sicurezza e sugli interventi di emergenza e di ricostruzione a seguito degli eventi calamitosi verificatisi dall'anno 2019 (di seguito, per brevità, «Commissione sul rischio idrogeologico»), il 16 dicembre 2025 è prevista un'audizione dedicata ai sindaci di Scafati, San Marzano sul Sarno, Angri e Sarno. Al centro, ancora una volta, c'è il bacino idrografico del fiume Sarno, con le sue criticità storiche: rischio alluvioni, frane, inquinamento delle acque, lentezze nelle bonifiche. Prima delle parole in Commissione, i documenti disponibili raccontano già molto di quello che sta accadendo – e di ciò che ancora manca. Il programma e la documentazione dell'audizione sono disponibili sul sito della Camera dei deputati (scheda dei lavori della Commissione).
Secondo il quadro sintetico di Arpa Campania, il Sarno è un fiume corto – circa 24 chilometri – ma con un bacino che supera i 500 km², coinvolgendo decine di comuni nelle province di Salerno, Napoli e Avellino e centinaia di migliaia di abitanti tra fondovalle, pianura agricola e fascia costiera. A questo sistema si collegano i grandi affluenti Solofrana e Cavaiola, il polo conciario di Solofra, il polo conserviero dell'agro nocerino-sarnese, depuratori con capacità di trattamento nell'ordine di centinaia di migliaia di abitanti equivalenti e un'area agricola ad alta intensità d'uso di fertilizzanti e fitofarmaci.
In questo mosaico idrografico, ogni scelta urbanistica e infrastrutturale compiuta negli ultimi decenni – dalla trasformazione dei fondovalle agricoli in aree produttive o residenziali alla canalizzazione spinta dei corsi d'acqua minori – ha progressivamente aumentato la vulnerabilità complessiva. Gli allagamenti e le frane che a fine novembre 2025 hanno colpito l'Agro nocerino-sarnese e i comuni oggi convocati in Parlamento non sono un semplice "evento eccezionale", ma la combinazione tra piogge intense, suoli sempre più impermeabilizzati e manutenzioni spesso episodiche.
È proprio questa stratificazione di fattori – fisici, urbanistici, industriali – che rende cruciale l'audizione del 16 dicembre: non solo come momento di racconto dei danni subiti, ma come occasione per chiedere conto di scelte pregresse e di come ciascun ente stia traducendo in atti concreti la pianificazione di bacino e i richiami dei documenti ufficiali.
Ambiente / Bacino idrografico del Fiume Sarno
Il Piano di gestione delle acque del Distretto Appennino Meridionale individua nel bacino del Sarno circa quaranta comuni, a seconda delle delimitazioni adottate nei diversi documenti di bacino, distribuiti tra Monti Picentini, Lattari, Vesuvio e Monti di Sarno. In questo perimetro, la superficie a rischio alluvioni rappresenta una quota significativa dell'area, con una parte rilevante della popolazione potenzialmente esposta a esondazioni, mentre il rischio frane interessa gran parte dei versanti montani collegati al bacino. È un concentrato di pressioni che rende il Sarno un caso nazionale.
La piana del Sarno vista da Santa Maria a Castello (Castel San Giorgio): campi, case e infrastrutture si avvicinano ai corsi d'acqua del bacino.Un tratto del vallone Tofa a Calvanico (SA), dove una porzione del versante è ceduta: i valloni montani sono parte del sistema di drenaggio del bacino del Sarno.Il rio Sguazzatorio, affluente del reticolo sarnese, in condizioni di contaminazione: uno dei corsi d'acqua che più spesso va in piena.
Rifiuti nel fiume Sarno in corrispondenza del "ponte americano" tra San Marzano sul Sarno e Scafati: inquinamento e degrado in un nodo idraulico strategico.Il torrente Solofrana a Roccapiemonte: l'acqua marrone e maleodorante segnala ancora la presenza di reflui non depurati nel sistema di bacino.Lo sbocco del depuratore di Mercato San Severino: la tenuta dei depuratori è decisiva per ridurre il carico inquinante nel bacino del Sarno.
Piani e "Grande Progetto"
Nel lessico istituzionale, il nome che ricorre più spesso è Grande Progetto «Completamento della riqualificazione e recupero del fiume Sarno». La progettazione preliminare e definitiva di questo contenitore di interventi, con un costo complessivo nell'ordine delle centinaia di milioni di euro secondo la documentazione regionale, è stata avviata oltre dieci anni fa e aggiornata più volte, anche alla luce dei richiami europei sulla qualità delle acque e della pianificazione di distretto.
Sulla carta si parla di vasche di laminazione, adeguamento degli alvei, potenziamento dei depuratori, collettamento dei reflui, chiusura degli scarichi abusivi, rinaturalizzazione di tratti del corso d'acqua. Nella pratica, il territorio vede avanzare cantieri a geometria variabile: alcuni lotti sono stati appaltati, altri sono in progettazione, altri ancora attendono di essere rifinanziati o aggiornati alle nuove normative ambientali. È su questo scarto tra pianificazione e opere effettivamente realizzate che l'audizione parlamentare può avere un ruolo di verifica pubblica.
Domande aperte
Alla vigilia delle audizioni, alcune domande appaiono inevitabili. Quali tratti del sistema Solofrana – Alveo Comune Nocerino – Sarno risultano oggi davvero messi in sicurezza rispetto alle mappe di pericolosità e di rischio? In quali punti sono stati aumentati gli argini, liberati gli alvei dagli ostacoli, ridotte le strozzature in grado di trasformare un evento di piena in un'alluvione urbana?
Come sono stati utilizzati, negli ultimi anni, i risultati dei monitoraggi di Arpa Campania su qualità delle acque e funzionamento degli impianti? Quanti scarichi non autorizzati o fuori norma sono stati chiusi, quanti depuratori sono stati adeguati e quanti restano ancora in fase di progettazione o di cantiere?
In che modo il Grande Progetto «Completamento della riqualificazione e recupero del fiume Sarno», il Piano di gestione delle acque, il Piano di gestione del rischio alluvioni e i piani di bonifica regionali vengono coordinati nella programmazione degli interventi comunali e sovracomunali? E, accanto agli interventi programmati dall'Ente Idrico Campano e dai gestori del servizio idrico integrato ai sensi della legge regionale 15/2015, quale quota dei bilanci comunali viene destinata stabilmente alla manutenzione delle opere idrauliche di loro competenza, del reticolo di drenaggio urbano e al controllo del territorio?
Infine, che ruolo è riconosciuto alla partecipazione civica? Le informazioni raccolte da comitati, associazioni, progetti di citizen science e osservatori indipendenti – segnalazioni, fotografie, misure – vengono integrate nei quadri conoscitivi ufficiali oppure restano un patrimonio parallelo, consultato solo in caso di emergenza o contenzioso?
Dal fiume laboratorio alla giustizia di bacino
Dai documenti emerge l'immagine di un fiume che, suo malgrado, è diventato un laboratorio nazionale: per sperimentare tecniche di monitoraggio, modelli di cooperazione tra procure e agenzie ambientali, piani integrati su rischio idraulico e qualità delle acque. Ma un laboratorio senza esiti concreti percepibili dai cittadini rischia di trasformarsi nell'ennesima promessa.
Perché il bacino del Sarno possa davvero uscire dalla logica dell'emergenza permanente, servono alcune scelte chiare: pubblicare in modo accessibile i dati aggiornati su portate, qualità delle acque, cantieri e autorizzazioni; fissare obiettivi verificabili di riduzione del rischio alluvioni e del carico inquinante; legare ogni nuovo finanziamento a cronoprogrammi trasparenti; integrare, accanto alle grandi opere, interventi di rinaturazione e soluzioni basate sulla natura. Il Sarno continuerà a essere un simbolo. Sta alle istituzioni decidere se farne il simbolo di un cambiamento reale nella gestione dei bacini idrografici oppure lasciarlo come emblema di promesse incompiute.
Testo e foto: Michele Buscè. Grafica a fini redazionali.
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